A 17 anni Boris Becker era già sul tetto del mondo. Wimbledon vinto, fama globale, soldi, sponsor, televisioni. Ma dietro il fenomeno sportivo c’era ancora un ragazzo che non aveva avuto il tempo di diventare adulto. Oggi, a distanza di decenni, Becker guarda quella vittoria con occhi diversi. “È stata una benedizione, ma anche una maledizione”, racconta parlando al pubblico di studenti dell’Università Bocconi. Il cuore del suo racconto non è il tennis, ma tutto quello che arriva dopo il successo. O forse troppo presto. «Se potessi cambiare qualcosa, vorrei vincere Wimbledon a 22 o 23 anni, non a 17. Avrei avuto più maturità per capire il business dello sport, il denaro, le persone». Becker spiega di essere stato catapultato «in un mare di squali» quando era ancora un adolescente: tutti lo vedevano come un campione eccezionale, nessuno come un ragazzo ancora da formare. Il tema più forte è proprio il post carriera. Becker racconta il vuoto arrivato dopo il ritiro: «Avevo 32 anni e non sapevo cosa fare. Per tutta la vita ero stato solo un tennista». Dopo aver vinto tutto già a 25 anni (numero uno del mondo, Slam, successi ovunque) la domanda era inevitabile: «E adesso?». Un passaggio che lui paragona a quello di molti imprenditori che lasciano l’azienda costruita in una vita, con una differenza enorme: loro spesso hanno 60 anni, lui poco più di 30. Da lì nasce anche una riflessione molto lucida sul denaro e sulle persone. «Quando entrano in gioco i soldi, le persone cambiano”. Becker ammette di essersi fidato troppo, di non essersi preparato a gestire fama e ricchezza. Per questo insiste sull’importanza di avere accanto professionisti veri e persone fidate: «Il talento non basta. Serve un team che ti protegga». Oggi, dice, è diventato più saggio. Ha imparato a scegliere chi fare entrare nella sua vita e nel suo lavoro. E lascia un messaggio molto netto ai più giovani: il successo non arriva per caso. «Non esiste una formula magica. Bisogna lavorare più degli altri, ogni giorno».
Boris Becker: Il talento non basta. Serve un team che ti protegga

Articolo precedente
Annalisa Donesana: La reputazione della famiglia vale quanto il patrimonio
Articolo successivo
Biffi (Assolombarda): Il secondo miracolo di Milano, primato europeo, con la sfida dell’Ai
Articoli recenti
- Imprese temprate dalle crisi, e con tanta voglia di investire sul futuro 29 Giugno 2026
- Quando la passione per la montagna può diventare un’attività imprenditoriale 9 Giugno 2026
- Donazioni in vita di grandi patrimoni: l’esempio del signor Tre Marie 27 Maggio 2026
- Noi siamo noi: il ruolo strategico delle risorse umane nei Family business 27 Maggio 2026
- L’accusa a Jonathan Andic di aver ucciso il padre Isak. Cosa insegna il caso Mango 25 Maggio 2026