di Giulia Cimpanelli
C’è un’Italia che preferisce stare ferma. Non per incapacità, non per mancanza di risorse, ma per scelta. È questa la tesi centrale de L’economia della paura. Perché conservando si arretra (Mondadori), il nuovo saggio di Veronica De Romanis, economista e docente alla Stanford University e alla Luiss, che arriva nelle librerie come una diagnosi lucida e scomoda del Paese in cui viviamo. Un Paese che ha trasformato l’immobilismo in strategia elettorale, la paura in strumento di consenso, e la conservazione dello status quo in una forma di governo.
Fare riforme non paga
Il punto di partenza è un’osservazione apparentemente semplice, ma di straordinaria portata: in Italia: fare riforme non paga. Lo sapeva già Jean-Claude Juncker, che da presidente della Commissione europea amava ripetere che i politici sanno come realizzare le riforme, ma non sanno come vincere le elezioni dopo averle fatte. In Italia, tuttavia, si è andati oltre: la classe politica ha smesso persino di porsi il problema. De Romanis ha un nome preciso per questo meccanismo: economia della paura. «È un metodo che consiste nell’individuare un nemico, trovare una paura, una minaccia, vera o presunta che sia», spiega l’autrice, «e consente al governo di turno di offrire protezione contro questa minaccia invece di crescita». Il risultato è un circolo vizioso in cui il consenso si costruisce con bonus, sussidi e promesse di tutela, mentre gli investimenti strutturali restano sulla carta. «Hai bisogno di inventare sempre nuove paure», aggiunge De Romanis, «e quindi entri in un circolo vizioso e passi dall’economia della crescita all’economia della paura, dove il solo metro di paragone è la paura: bisogna stare protetti, c’è sempre un nemico in agguato e si sta fermi, si galleggia, non si pensa di crescere».
Un metodo bipartisan, precisa l’autrice: non appartiene né alla destra né alla sinistra, ma è stato adottato trasversalmente da tutti i governi degli ultimi decenni. Le due sole vere riforme strutturali degli ultimi quindici anni (quella pensionistica di Mario Monti e il Jobs Act di Matteo Renzi) non solo non hanno prodotto consenso, ma sono state rinnegate perfino da chi le aveva votate o proposte.
La repubblica delle tribù
Al cuore del sistema c’è quello che De Romanis chiama «la repubblica delle tribù»: un insieme frammentato di corporazioni, categorie e gruppi di interesse (dai balneari agli insegnanti, dagli evasori fiscali ai lavoratori garantiti) che ottengono protezione in cambio di voti, e che insieme rendono impossibile qualsiasi riforma. «Noi siamo organizzati in tante piccole constituency più o meno vocali», dice l’autrice, «che riescono a ottenere protezione. Lo vediamo dalla quantità enorme di voci di deduzioni e detrazioni (siamo il Paese che ne ha il maggior numero, 625 voci) e ogni governo le aumenta, perché è un modo per ottenere consenso da tutte queste tribù, che fra di loro non si fanno la guerra: l’importante è che non tocchi i miei interessi».
Il caso dei balneari è emblematico: la proroga delle concessioni, sostenuta trasversalmente da destra e sinistra, è stata difesa evocando lo spettro delle multinazionali straniere pronte a “invadere” le spiagge italiane. Un racconto costruito ad arte, secondo De Romanis, per proteggere una tribù a scapito della concorrenza e dei consumatori. Stessa logica per la pace fiscale («proteggo la tribù degli evasori, che è una tribù potentissima, offrendogli pace, come se prima ci fosse una guerra») o per il catasto, mai aggiornato da nessun governo, nemmeno da quello tecnico di Mario Draghi. Il risultato di tutto questo? Un fisco che penalizza il lavoro e favorisce le rendite, un mercato bloccato, un sistema scolastico che non valuta il merito e che ancora oggi garantisce tre mesi di vacanze estive (un’anomalia europea) non nell’interesse degli studenti, ma della tribù dei docenti.
Pmi e aziende familiari: i danni silenziosi dell’immobilismo
In questo scenario, le piccole e medie imprese italiane (ossatura produttiva del Paese e cuore del sistema del family business) si trovano in una posizione sempre più difficile. Apparentemente protette da un sistema che preferisce non disturbarle, in realtà sono tra le vittime più silenziose dell’economia della paura. «Il problema è che se si continua a stare in un contesto economico che non cresce, dove non c’è concorrenza, dove il mercato del lavoro non funziona, dove i giovani che vengono formati se ne vanno, poi c’è un problema di capitale umano», avverte De Romanis. Le imprese si trovano a operare in un ecosistema in cui la produttività totale dei fattori (l’indicatore che misura quanto le riforme impattano realmente sul sistema economico) è in terreno negativo. I 200 miliardi del Pnrr, osserva l’autrice, «sono stati buttati dentro un terreno che non era arato, e quindi sono andati via»: l’Italia ha chiuso il 2024 con una crescita dello 0,5%, e le previsioni per il 2025 non sono migliori.
Per le aziende familiari, che spesso pianificano su orizzonti generazionali, questo immobilismo ha un costo concreto: difficoltà nel trovare personale qualificato, fuga dei talenti verso l’estero, assenza di riforme che semplifichino burocrazia e giustizia civile. Quest’ultimo punto è particolarmente rilevante: nel Pnrr è prevista una riforma della giustizia con obiettivi precisi (riduzione del 40% dei tempi nel civile, del 25% nel penale) che avrebbe un impatto diretto sulla certezza dei contratti e degli investimenti. Eppure, di quella riforma non si parla mai, perché non produce nemici utili né tribù da mobilitare.
Chi paga il prezzo
A subire le conseguenze più pesanti dell’economia della paura sono, come sempre, coloro che non hanno voce nelle stanze del potere: i giovani e le donne. I dati demografici raccontano un Paese sempre più vecchio (l’età media ha superato i 46 anni, il 24,7% della popolazione ha più di 65 anni) e sempre meno capace di rinnovarsi. Nel 2024, la povertà assoluta colpisce il 13% degli under 34, il doppio rispetto agli over 65. Un milione e trecentomila giovani sono Neet: non studiano, non lavorano, non cercano lavoro. E, come sottolinea De Romanis, i figli di un Neet hanno il 50% di probabilità in più di diventarlo a loro volta. Le donne, dall’altro lato, vengono sistematicamente tenute fuori dal mercato del lavoro, non per un’ideologia esplicita, ma per una convenienza strutturale: finché restano a casa ad accudire figli e anziani, lo Stato non deve investire in asili nido e case di cura. Un calcolo cinico, mascherato da tradizione.
Doppio voto ai giovani?
Il titolo dell’ultimo capitolo del libro è anche la sua tesi più importante: il declino italiano non è inevitabile. Le risorse ci sarebbero (le 625 voci di deduzioni e detrazioni costano ogni anno 108 miliardi) così come le idee. Quello che manca è la volontà politica di cambiare un sistema che, per chi è dentro, funziona ancora abbastanza bene.
De Romanis lancia anche una proposta volutamente provocatoria: il voto ponderato per i giovani, per compensare lo squilibrio demografico che li condanna a subire decisioni prese da una maggioranza anziana con interessi opposti ai loro. Sa che è incostituzionale, ma lo usa come strumento retorico: «È un’iperbole, è provocatorio», ammette, «però serve a un dibattito che parte da meno dieci: io te lo porto a più cento per scendere a un livello normale».
La vera speranza, in fondo, è che sia l’economia stessa a forzare il cambiamento. Quando non ci sarà più torta da distribuire, anche il politico più incline all’immobilismo sarà costretto a fare i conti con la realtà. Il problema è che, come nella metafora della rana nella pentola, quando l’acqua bolle davvero, potrebbe essere tardi per saltare fuori.

Veronica De Romanis insegna Politica economica europea alla Stanford University (The Breyer Center for Overseas Studies) a Firenze e alla Luiss Guido Carli di Roma. È autrice anche del Metodo Merkel (2009) e delCaso Germania (2013) per Marsilio.. Nel grafico in alto, confronto dell’andamento del pil tra Germania (linea nera) e Italia (linea verde)

