Nel 2018, in una delle poche interviste concesse, David Rockefeller jr, discendente della potente famiglia americana, diede quattro consigli per mantenere l’armonia familiare. Accanto alle riunioni con fratelli cugini e nipoti, al mantenimento della storia e alla trasmissione dei valori, Rockefeller indicò un principio che sembra in contrasto con tutto quanto si scrive sulle imprese familiari. Disse, infatti, che un aiuto a mantenere la concordia tra parenti arriva dal fatto di “non avere più un’azienda di famiglia”. Insomma, meglio cederla, secondo Rockefeller, perchè molti dei conflitti che rovinano i rapporti personali nascono per questioni che riguardano, appunto, l’azienda.
Ho subito pensato a questo suggerimento quando è diventato pubblico il testamento di Giorgio Armani. Dopo decenni passati a dire che la Giorgio Armani sarebbe sempre stata indipendente (tranne un “tentennamento” in tempi più recenti, ma subito rimangiato), che mai sarebbe stata venduta e meno che meno ai francesi, nell’ultimo testamento rifatto pochi mesi fa lo stilista ha capovolto la propria decisione tra la sorpresa generale. La maggioranza della Giorgio Armani, ha scritto di suo pugno, va venduta (o, in via residuale, quotata) e ha indicato tre nomi: due francesi (Lvmh e L’Oréal) e uno a controllo italiano ma con fortissima componente francese tanto da essere quotato a Parigi (EssilorLuxottica). Come già scritto, almeno per L’Oréal ed EssilorLuxottica c’è una ragione concreta di questo suggerimento, essendo decenni che la Giorgio Armani ha importanti rapporti di collaborazione con questi gruppi. Di Lvmh è noto che il gruppo di Bernard Arnault è da sempre in prima fila per una eventuale acquisizione della società italiana.
Quali principi
Al di là di chi sarà a rilevare la maggioranza (ricordando che almeno il 30% dovrà sempre rimanere nelle mani della fondazione Giorgio Armani quale garanzia del perseguimento del pensiero e dei valori dello stilista), il principio che sembra aver ispirato la decisione di Armani pare quello di garantire una vita familiare serena (e agiatissima) a tutte le discendenze Armani, senza l’onere di gestire un sistema complesso come un gruppo della moda. Proteggendo, allo stesso tempo, l’unico “figlio”, che è la Giorgio Armani stessa: dopo averla curata come un fiore fragile, dedicandole ogni minuto della propria vita, Armani ha infine deciso di lasciarla volare. Se per il Paese Italia non sarebbe una buona notizia vedere la Armani prendere la via dell’estero (ma ci sono anche grandi patrimoni italiani che potrebbero intervenire) la scelta di indicare che la Armani debba passare di mano ci pare corretta.
Questioni aperte
Mentre già si è aperta la gara per chi realmente si aggiudicherà le quote del gruppo italiano (da imprenditore che deve trarre il maggior valore, Armani ha sapientemente indicato alcuni nomi ma lasciando la porta aperta ad altri, innescando così un meccanismo di asta), vanno adesso affrontati alcuni passaggi immediati importanti, primo tra tutti la nomina dell’amministratore delegato. Il quale – a meno che non ci siano già accordi sul fronte del capitale, di cui non sappiamo – sa in anticipo che il suo mandato ha una scadenza prefissata.
Recentemente sul mercato si era anche parlato di un possibile ingresso di un designer esterno, anzi di una designer visto che i colloqui erano intercorsi con Maria Grazia Chiuri, ma il testamento non sembra lasciare spazio su questo (si attendono però a breve novità per la stessa Chiuri).
Come si è visto, Armani ha stabilito tempi abbastanza stretti per completare il processo – una manciata di anni -, e questo probabilmente anche per l’età (73 anni il prossimo novembre) di Leo Dell’Orco, la persona a cui Armani ha affidato il compito di tutte le decisioni fondamentali.
Maria Silvia Sacchi
