di Elena Fausta Gadeschi
Quando Jerry Buss acquistò i Los Angeles Lakers per 67,5 milioni di dollari, in un pacchetto che includeva anche i Los Angeles Kings e il Los Angeles Forum, era il 1979 e da quel momento sarebbe iniziata una gloriosa stagione per i gialloviola, con campioni del calibro di Magic Johnson, Kobe Bryant e Shaquille O’Neal. In 46 anni, sono stati 11 i titoli Nba conquistati per un totale di 17 vittorie in palmarès, l’ultima delle quali nella stagione 2019-2020.
Ma per capire le ragioni che hanno spinto la figlia dell’imprenditore Jeanie, a vendere la squadra a Mark Walter, già proprietario dei Los Angeles Dodgers, ceo di Guggenheim Partners e fondatore della holding TWG Global, con una valutazione di 10 miliardi di dollari (un’operazione che, come riportato da Bloomberg, si configura come la più grande acquisizione nella storia dello sport), vale la pena ripercorrere la storia della famiglia Buss.
Pseudonimo di Gerald Hatten Buss, Jerry Buss è nato il 27 gennaio 1933 nella popolosa Salt Lake City, nello Utah, una città che prende il nome dal vicino Gran Lago Salato. Figlio di Jessie, una donna divorziata, che lavora come cameriera, Jerry cresce a Kemmerer, nel Wyoming. Nell’America degli anni ’30, quelli della Grande Depressione, le difficoltà economiche sono tangibili e spesso il ragazzo si trova a fare la fila per il pane. «Ricordo di essere stato in una fila del W.P.A. (Works Progress Administration, parte del New Deal, ndr) con un sacco in mano, e ricordo di aver dovuto comprare il latte al cioccolato invece del bianco perché costava un centesimo in meno», avrebbe raccontato al Boston Globe nel 1987.
La svolta immobiliare
Studente brillante, grazie ai fondi di una borsa di studio si iscrive all’University of Southern California, dove consegue un master in Science e un dottorato in Chimica. Inizia a lavorare allo United States Bureau of Mines, un’agenzia di ricerca scientifica del Governo federale degli Stati Uniti per poi passare alla Douglas Aircraft, in California, dove è impiegato in ambito tecnologico aerospaziale. La vera svolta arriva nel 1959, quando decide di investire una discreta somma di denaro nel settore immobiliare per l’acquisto di un condominio a ovest di Los Angeles, insieme a un ex compagno di college, Frank Mariani. I due amici fondano la Mariani-Buss Associates e in poco tempo, sull’onda del boom immobiliare che sarebbe esploso negli anni Sessanta nella West Coast, arrivano a includere nel loro portafoglio hotel, edifici per uffici, appartamenti e case unifamiliari in California, Arizona e Nevada.
Accumulata una piccola fortuna, nel 1979 Jerry fa il grande passo e da tifoso dei Los Angeles Lakers ne diventa proprietario, acquistando la squadra di basket dall’imprenditore Jack Kent Cooke e trasformandola nel team più glamour della Nba. L’accordo include anche i Los Angeles Kings della National Hockey League, l’arena sportiva Forum di Los Angeles e il ranch californiano di Cooke. Un’operazione che il New York Times definì «la più grande transazione finanziaria singola nella storia degli sport professionistici».
Quando il basket diventa show-business
All’epoca la pallacanestro non era ancora la luccicante macchina dei sogni da milioni di dollari di sponsorizzazioni, né la squadra poteva vantare un gran numero di vittorie: dopo cinque successi tra il 1949 e il 1954, quando la società si chiamava ancora Minneapolis Lakers, l’unico trofeo era stato alzato nel 1972. L’affare sembra azzardato, ma Jerry Buss ama il rischio, non a caso è anche un grande giocatore di poker. Nel basket intravede una nuova industria. Sente che può trasformare questo sport in un grande show-business attraverso ingaggi generosi e intuizioni formidabili. Prima fra tutte quella di trattenere in squadra Kareem Abdul-Jabbar, che dopo il passaggio di proprietà è deciso a provare esperienze più gratificanti sul piano economico e sportivo. Poi l’ingaggio, nel corso del tempo, di una serie di fuoriclasse: da Magic Johnson a Squaquille 0’Neal, da Kobe Bryant a Paul Gasol e LeBron James, per non tacere del grande Phil Jackson, il coach più vincente della storia dell’Nba. «Non voglio solo vincitori. Voglio campioni», ama ripetere come un mantra.
Sorriso accattivante, fama da viveur, personaggio dallo stile inconfondibile con jeans e colletto aperto della camicia, a punta lunga come si usava negli anni ’70, amante delle belle donne e delle feste che è solito organizzare nella sua villa a Beverly Hills, invitando mezza Hollywood. Jerry è un’autentica celebrità e riesce a portare il suo tocco magico anche alla squadra, che nel 1980 vince il campionato. «Ha messo i Lakers proprio lì con i New York Yankees come i migliori marchi nello sport», raccontò Johnson al Los Angeles Times Magazine nel 2009. «Showtime!» è la parola d’ordine di Jerry Buss, che con le prodezze dei suoi giocatori e le originali coreografie delle cheerleader gialloviola entusiasma milioni di spettatori nel mondo. Chi può, è disposto a pagare migliaia di dollari a partita e, tra le prime file, non capita di rado di vedere celebrità come Jack Nicholson.
Dopo la scorpacciata di vittorie degli anni ’80, nel decennio successivo la squadra non alza nessun trofeo, salvo rifarsi a inizio del nuovo millennio con tre campionati consecutivi vinti tra il 2000 e il 2002. Le ultime vittorie quando Jerry è ancora in vita risalgono al 2009 e al 2010, poi si ammala di tumore e il 18 febbraio 2013, all’età di 80 anni, muore al Cedars-Sinai Medical Center, dopo alcuni giorni di ricovero.

La seconda generazione
Alla sua scomparsa, gli subentra alla presidenza la figlia Jeanie. Classe 1981, è sorella di Jim, Johnny e Janie Drexel, tutti figli nati dal matrimonio del padre Jerry con JoAnn Mueller. I due si erano conosciuti ai tempi dell’Università del Wyoming e dopo una festa si erano subito fidanzati. Convolati a nozze nel 1952, l’anno dopo si erano trasferiti a Los Angeles, rimanendo sposati per 20 anni. Nonostante il divorzio del 1972, JoAnn continuerà a far parte della vita di Jerry e dei Los Angeles Lakers, come dimostra il messaggio di cordoglio di Johnson il giorno della sua scomparsa nel 2019, in cui la ricorda come «un’amica e una donna incredibile».
Ma Johnny, Jim, Jeanie e Janie Buss non sono i soli figli di Jerry, che dall’ex fidanzata, Karen Demel, ha avuto anche Joey e Jesse, scegliendo per tutta la sua prole la propria stessa iniziale del nome, come una sorta di gene paterno da trasmettere alla generazione futura.
Qualche anno prima di morire, Jerry Buss aveva iniziato a pensare alla successione dell’azienda di famiglia. Dopo avere rifiutato diverse offerte dalle «cifre stravaganti», dichiarando che «la squadra non è in vendita», ed essersi accertato che il sogno dei Los Angeles Lakers fosse condiviso anche dai sei figli, aveva lavorato affinché il passaggio generazionale con loro fosse il più naturale possibile. Due sono i temi che si trova ad affrontare: quello delle tasse di successione altissime, che spesso rischiano di lasciare gli eredi senza fondi sufficienti per gestire le aziende di famiglia, e l’organizzazione interna.
In merito alla questione successoria, lui stesso spiega al Los Angeles Times qualche anno prima di morire: «È una grave questione economica per me. È un problema che sto affrontando nel miglior modo possibile. Sto pagando in anticipo le tasse, e tengo le dita incrociate per vivere abbastanza a lungo per portare a termine l’intera faccenda». Alla fine opterà per un trust, dividendo equamente la sua quota di controllo del 66% dei Los Angeles Lakers tra i suoi sei eredi.
Per quanto riguarda la suddivisione dei ruoli, a Jerry basta parlare con i figli per sondare le loro vere aspirazioni. Preso atto che Johnny, il maggiore, è l’unico a non voler sapere nulla della squadra, il piano di successione di Jerry prevede ruoli di primo piano per Jeanie e Jim. Ambiziosa e gran lavoratrice, «è motivata e disposta ad accettare qualsiasi sfida», dice di lei Jerry. Mentre per il figlio, maggiore di due anni, ma più riservato rispetto alla sorella, e dal 1998 al 2004 assistente del direttore generale Mitch Kupchak, prevede: «Lui mi sostituirà». Se c’è un erede di Buss che combina le aspirazioni manageriali di Jeanie con gli interessi in campo di Jim, è Joey, che ama definirsi «uno stratega». Di lui il padre dice: «Penso che abbia il senso degli affari per seguire le orme di Jeanie, ma è anche appassionato di basket. Potrei vederlo in entrambi i ruoli». Janie, che con la sorella maggiore condivide un nome quasi identico, è «la più compassionevole di tutti i miei figli» e per lei Jerry ha in mente un ruolo come direttrice della charity dei LA Lakers. Anche per il figlio più piccolo, Jesse, il padre pensa a un posto in azienda, anche se il ragazzo appena ventenne è più attratto dal mondo della musica che dallo sport.
Alla fine, dopo la morte di Jerry nel 2013, è Jeanie Buss ad assumere la carica di presidente della squadra, forte della sua esperienza nel settore e della sua leadership, affinata nel tempo: a 19 anni era entrata nell’azienda di famiglia come direttrice generale della squadra di tennis professionistica di Los Angeles per poi assumere la proprietà della squadra di hockey dei Los Angeles Blades. «Non metto mai il mio matrimonio al primo posto… È sempre stato il business che mi ha attratto», aveva spiegato lei stessa dopo la fine del suo matrimonio con il pallavolista Steve Timmons nel 1993. Due anni dopo poserà nuda per la copertina di Playboy. Fidanzata con l’ex allenatore dei Lakers ed ex presidente dei New York Knicks, Phil Jackson, per quattro anni, dopo una frequentazione che durava dal dicembre 1999, nel 2016 annuncia la fine della loro relazione. Agli insuccessi sentimentali fanno da contraltare i suoi avanzamenti di carriera. Già presidente del Great Western Forum e vice presidente dei Lakers insieme al fratello Jim, nel 2005 Sporting News la nomina tra le 20 donne più influenti nello sport.

La disputa tra fratelli
Con la morte di Jerry, Jeanie assume pieni poteri nel ruolo di presidente. Presto però si trova a scontrarsi con il fratello Jim sulla gestione della squadra. Nel 2017, dopo tre stagioni consecutive perdenti, la sorella lo licenzia, affidando i poteri decisionali sulla parte cestistica a Magic Johnson. Jim reagisce, coalizzandosi con Johnny in un tentativo di scalata all’interno della proprietà, respinto con forza da Jeanie, che firma contro i fratelli un ordine restrittivo. Rimosso Jim dalla carica di fiduciario del trust della famiglia Buss e dalla sua posizione nel consiglio di amministrazione dei Lakers, la figlia maggiore del fondatore può tornare a occuparsi del riassetto della squadra, che nel 2020 alza il suo primo trofeo dell’Nba dopo un decennio. È la diciassettesima vittoria, a 40 anni esatti dalla prima finale vinta con Jerry, in quel lontano 1980. E per Jeanie, che dopo avere liquidato le dispute familiari diventa la prima donna proprietaria a guidare una squadra in un campionato Nba, è la consacrazione.
La decisione di vendere per tornare a vincere
E veniamo a questi giorni. Dopo dodici anni di presidenza, Jeanie matura la decisione di vendere la quota di maggioranza dei Lakers a Mark Walter, già azionista dei Lakers dal 2021, per 10 miliardi di dollari, segnando la più grande vendita di una società sportiva professionistica in America. Un’operazione che secondo Bloomberg rappresenta una trasformazione epocale nello sport americano, dove ora contano più capitali, real estate e sinergie industriali che passione e visione personale. L’accordo prevede che Jeanie deterrà una partecipazione di minoranza del 15% per un periodo di tempo non specificato, durante il quale continuerà a mantenere la guida dell’azienda.
«A volte essere sottovalutati in realtà ti dà un vantaggio perché sei dato per scontato e le persone abbassano la guardia», ha dichiarato lo scorso febbraio Jeanie Buss a una manciata di giornalisti che le chiedevano cosa significasse essere la figlia di Jerry Buss. «Il mio obiettivo è fare ciò che è meglio per il mio team e portare a termine il lavoro». Una frase che suona profetica rispetto alla decisone di vendere a un investitore solido come Walter, che (Jeanie ne è certa) porterà di nuovo in vetta la squadra con importanti investimenti. «Mio padre era un grande giocatore di poker e voleva sempre che ricordassi che il poker era un gioco di pazienza: dovevi aspettare le carte giuste, ma una volta ottenute, dovevi passare da zero a 100 e giocarle, e non aver paura di spegnerti». La famiglia Buss ha giocato tutte le sue carte e adesso è il momento di raccogliere la vincita.
Nella foto in alto, Jerry Buss con la figlia Jeanie
